Prima dei numeri impressionanti degli ultimi anni, dei passaggi in radio, delle frasi fissate nella memoria collettiva e del consolidamento, se vogliamo, mainstream della costola itpop, qualcuno sicuramente ricorderà che l’indie italiano era una nicchia alternativa, neanche ben vista da fuori. Nonostante ciò, la qualità non mancava affatto, con vette tuttora ineguagliate.
Qui siamo agli inizi del genere: i Babalot sono probabilmente la band che ha gettato il seme della moderna ricapitalizzazione del cantautorato italiano – quella dei vari Dente, Brunori, Brondi prima e di Calcutta poi. Nel loro esordio “Che succede quando uno muore” c’era tutto ciò che, più in là, avrebbe fatto scuola: indie-pop da chitarra, spigolature surreali e attitudine lo-fi da cameretta, presentando una maturità compositiva impressionante e la capacità di riallacciarsi alla tradizione (nel caso: Battisti e Rino Gaetano) con una serie di incisi memorabili e dei testi disincantati, oltre a un piglio melodico catchy e artigianale.
Talmente raro da non essere neanche su Spotify, l’album tocca il cielo con “Schifo“, che è una perla di cantautorato nevrotico, mai banale che potrebbe trovarsi benissimo in un album di Calcutta. All’epoca i Babalot erano troppo avanti.
Cosmo, che all’epoca era il leader dei Drink to Me, ha praticamente formato il suo stile solista, ma la band di Ivrea resta un pezzo di storia della musica elettronica italiana oggi colpevolmente trascurato. Una gavetta infinita, per una ricerca sonora altrettanto lunga e agognata che, proprio quando sembrava senza sbocchi, con “S” trova invece la breccia verso la consacrazione.
Fra strati di sintetizzatori, morbidi clap e una sezione ritmica squadrata e forsennata, il quartetto innesta come mai prima sfumature da dance-hall, melodia pop, panorami suggestivi e sperimentazioni. Vuoi per il cantato in inglese, vuoi soprattutto per l’ostinata ricerca sonora della proposta, tutt’ora nell’indie italiano si fatica a trovare un disco che vanti un taglio tanto internazionale.